È sempre da salutare con calore la nascita di una nuova galleria d'arte, soprattutto quando - com'è appunto nel nostro caso - non si tratta di un'iniziativa strettamente e neppure prioritariamente commerciale, ma esito di una volontà di aggregazione, espressa da un gruppo di artisti. Scrivo, e vengo subito preso dagli scrupoli. Per carità, non vorrei che le mie parole fossero fraintese. Il mercato è fondamentale per l'arte; per molti versi, fuori da inutili ipocrisie, ne è il motore.Anzi, è da auspicare con ogni forza la presenza di galleristi che sappiano fare seriamente, professionalmente e quindi oculatamente per quanto riguarda la conduzione economica della loro attività, il proprio mestiere di mercanti: con tanto di capitali investiti, rischio d'impresa e conseguenti, adeguati rientri finanziari (ben altra cosa, per parlare chiaramente, nel maggiore e nel minore cabotaggio, da una miseranda eppure diffusa conduzione da affittacamera).
Ma, nel nostro caso, colpisce favorevolmente l'entusiasmo sincero e insolito e disinteressato (insolito in quanto disinteressato) dei promotori: a loro auguro di conservare immutato l'entusiasmo e di non abbassare la guardia della qualità.
La galleria ha sede nel quartiere Testaccio, primo insediamento industriale di Roma capitale, oggi assurto, unitamente a San Lorenzo, nel novero dei luoghi preferiti in città dall'arte e dagli artisti. Il titolo "Il Pane e le Rose" evoca subito reminiscenze postsessantottesche (le omonime rivista e collana editoriale), titolo che credo però sia stato assunto dai promotori piuttosto per la felice allusione alla dimensione estetica, giusto all'intersezione tra le istanze dell'utilità e della gratuità, del funzionale e del bello, del necessario e del superfluo... (Carlo Fabrizio carli, Presentazione mostra Annottarsi)

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